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A corto di idee… Teo, dì qualcosa da birraio! (anche non di sinistra)
14 mag
L’incipit non è una constatazione. E’ un auspicio. Già, perché Teo Musso le birre le sa fa fare, e anche bene. Solo che, nel tentativo di spillare qualche euro in più dalle tasche dei suoi clienti, ha sempre avuto l’abitudine di ammantare quello che vende con una buona dose magia e innovazione (o fuffa se preferite). Queste storielle qualche anno fa facevano proseliti, erano in tanti a correre per abboccare all’amo. Oggi cominciano a non incantare più.
La concorrenza si fa sotto, il cliente diventa più smaliziato, difficile sostenere la rincorsa di una continua innovazione, reale o mediatica che sia. Non è più il tempo delle cuffie sui fermentatori per far ballare i lieviti che i tanti boccaloni dell’epoca (non sempre disinteressati) avevano salutato come avanguardia ed esempio di ricerca ed innovazione. Del luppolo italiano non se n’è fatto più nulla, mannaggia. I suoi gioielli e vestiti bagnati nella birra non hanno sfondato nelle boutique del centro. E nella mia profumeria preferita non riescono a trovarmi le fragranze Baladin, acciderba, ho dovuto dirottare sugli Stati Uniti che non ne potevo fare a meno. Che novità però la birra Open (source), con ricetta pubblica, presentata al concorso homebrewer 2009 di Piozzo! Cioè, vabbè, in realtà l’idea originale era venuta ad alcuni artisti danesi 4 anni prima ma nell’era della comunicazione globale non se n’è accorto quasi nessuno quindi… Acqua in bocca mi raccomando!!! Però il format di locali associati al nome di questa nuova birra spacca davvero, dai, finalmente una cosa nuova! Vabbè, lo doveva fare prima Struise… Ma se poi non se n’è fatto nulla, non bastavano gli sghelli. Sarà mica colpa sua se Struise non ha dietro il tycoon Farinetti che ci mette il grano e le mura dei locali. Uff, vabbè… Il primo locale birrario “bandiera” italiano è stato il Mostodolce a Firenze… Ma tanto quelli chi se li fila? E poi, hanno quattro birre in croce, mica 100 come l’Open. Vorrete mica dirmi che non è l’innovatore che tutti decantano solo perché fa in Italia quello che altri negli Stati Uniti fanno già da una decina d’anni? E poi gli americani se le sognano le birre prodotte coi lieviti da whisky scozzese. Dico: lieviti-da-whisky-scozzese che creano questa birra demi sec “un po’ puttana”. Solo la birra? Lieviti da whisky… Mah… Per fortuna c’è la Birra Lurisia by Baladin. Vuoi mettere l’acqua Lurisia con una qualsiasi volgare acqua di fonte? Però le birre da divano sono davvero buone. Ossidate o metodo solera pareva brutto, fortuna non gli è venuto in mente il triclinio che altrimenti ci vendeva pure le corone d’alloro Baladin.
Il crepuscolo degli Dei?
22 mar
Se in Italia, dopo anni di scopone scientifico al bar fra amici, i protagonisti del mondo della birra con tanto di cappello da cowboy in testa stanno rimescolando le carte pronti a giocarsi tutto in una mano di poker Texas Hold’em, non è che all’estero le cose siano tanto diverse o molto più chiare. Lo stile e la flemma sono diversi, certo, la sfida è una meno burina partita a bridge, ma la posta in gioco è identica. E a quanto pare, un paio di posti al tavolo da gioco per qualche “amico” italiano carico di fiches sono sempre tenuti riservati.
Per quelli, come me, che hanno bisogno di punti di riferimento con cui orizzontarsi, non si sa più in chi credere, se non al Dio denaro.
Dietro le quinte
17 mar
Avevo molta fiducia che l’appello lanciato ai miei tre lettori fosse raccolto.
Ricevo dunque e pubblico, tutelando il nostro Felt (del quale posso solo dire che si tratta di fonte “ben informata”), alcuni rumors raccolti nel dietrissimo le quinte dell’ultimo concorso “Birra dell’Anno” di Unionbirrai, tenutosi durante il recente Pianeta Birra sia per quanto riguarda la parte operativa dei lavori della giuria che per lo spettacolo della premiazione finale.
Ricordo che si trattava di un edizione di passaggio e di cambiamento per molti motivi ed in molti punti. Per la prima volta Unionbirrai ha scelto un palcoscenico così importante. Mai la giuria era stata riunita nei giorni immediatamente antecedenti la premiazione ufficiale.
Dopo anni di gestione del concorso da parte dei nomi storici fuoriusciti dall’associazione (Kuaska, i Bertinotti, Max Faraggi, Carlo Canegallo, Spaghetto) le fila sono state tenute dalla nuova guardia di Unionbirrai (Simone Monetti, Marco Giannasso, Andrea Sclausero, Francesco Mancini). Agostino Arioli, nella sua doppia veste di Vice Presidente e partecipante al concorso si è sempre defilato (almeno ufficialmente) dal lavoro organizzativo, così come Giovanni Campari, stella del concorso di quest’anno e contemporaneamente consigliere Unionbirrai.
Tutto chiaro?
4 mar
Unionbirrai è un’associazione di birrai artigianali, ma anche di homebrewer e appassionati. Finché Kuaska, direttore culturale di Unionbirrai, se ne va sbattendo la porta per insanabili divergenze con la parte professionale. Seguono a ruota i più autorevoli rappresentanti di Unionbirrai per la parte homebrewing/appassionati che fondano MoBI, associazione di consumatori (leggi appassionati) e homebrewer. Unionbirrai resta “la casa” di birrai, appassionati e homebrewer.
ADB è un’associazione che, oltre ad organizzare gli eventi commerciali del suo capo Paolo Polli, si prefigge lo scopo di formare degustatori di birra. Per fare ciò si avvale anche di docenti appartenenti ad Unionbirrai, nonostante non proprio tutti in Unionbirrai vedano ADB di buon occhio, ma uno lo chiudono che alle sue fiere si vende tanta birra… Anche Unionbirrai organizza corsi di degustazione, strutturati su due livelli e forse i più completi presenti oggi in Italia, ed anche corsi di homebrewing. E anche MoBI organizza corsi di degustazione e homebrewng, con alcuni storici docenti che ora non collaborano più con Unionbirrai. Ai corsi MoBI partecipano anche alcuni famosi birrai associati ad Unionbirrai. Questi birrai però sono associati anche ad Assobirra, l’associazione dei produttori industriali di birra.
Pianeta Birra, manuale rapido su come vincere senza avversari
25 feb
Pianeta Birra, fino a pochi anni fa un mostro mitologico, temuto dagli appassionati di birra come le doppie punte da noi donne ma agognato come noi possiamo desiderare una depilazione indolore, oggi si è trasformato in un grande festival (gratuito) per sbronzarsi in allegria bevendo il meglio (o peggio?) della produzione artigianale italiana e mondiale. Tutto intorno, il nulla.
Ricordo il mio primo ingresso alla Fiera di Rimini, ormai 7 anni fa, quando l’affluenza era quella di una grande manifestazione del settore, conferenze di grandi cuochi stellati, presentazioni di prodotti innovativi, televisioni e giornalisti con la frenesia di immortalare l’evento importante. Ora, se usciamo dai 2 corridoi “conquistati” dai microbirrifici artigianali e da Interbrau, il deserto! Un rapido giro nella zona dedicata al vino mi scoraggia ancora prima di entrarci, pochi produttori, tutti sconosciuti, quasi faticano a farti assaggiare qualcosa… e meno male! Il MIA non è messo meglio, gli stand di cibi pronti surgelati la fanno da padrone, nulla che possa far pensare ad un’offerta di cibi di qualità, Oro Giallo (“fiera” dell’Olio Extra Vergine di oliva) non pervenuto, una parte di fiera, almeno 2 padiglioni, chiusi per mancanza di espositori, centinaia di persone felici e contente di mangiare cannelloni agghiaccianti.
Teo Musso
23 feb
Matterino Musso, più conosciuto come Teo! (l’esclamativo è discrezionale), è un birraio che ha bisogno di poche presentazioni: la sua fama e le sue imprese lo precedono. Teo è il birraio più invidiato, più copiato, più sparlato e riverito del nostro paese. Gli anni passano, il suo ciuffo si fa via via più argentato ma non perde un briciolo di quel fascino trasandato e sornione che ha sedotto e seduce stuoli di ammiratrici di ogni età, incantante dalle lusinghe e dalle magie del nostro pifferaio magico. Io, ehm, ovviamente me ne chiamo fuori…
Oggi si parla di lui solo per le sue sfide imprenditoriali, per le sue conquiste amorose e per il suo look kitsch-gitano (ah maschietti, brutta cosa l’invidia!). Celebre la battuta di Kuaska di fronte alle sue scarpe di tela richiuse da una cucitura fatta a mano: “Ma con tutti i soldi che ha fatto non può comprarsele un paio di stringhe nuove?”. Non dimentichiamo però che Teo è (o forse, oramai, è stato) un grande birraio, probabilmente il più grande che il nostro paese abbia visto finora.
Manuele Colonna
18 feb
Nella Dynasty della birra italiana, il cui fulcro è indubbiamente la cosiddetta “scena romana” dove affari, intrighi, amicizie e tradimenti si consumano con cadenza quasi giornaliera, se dovessimo indicare un personaggio carismatico che davvero si distingue ed appassiona gli spettatori, la scelta non potrebbe ricadere che su Manuele Colonna. Ne ha fatta di strada col suo bugigattolo che cade a pezzi nel cuore di Trastevere… In pochi anni infatti è passato dal rifilare con disinvoltura Tennent’s Doppio Malto a pischelli in cerca della sbronza facile al proporre con competenza rarità impossibili, scalando con una corsa affannosa e spasmodica la classifica dei pub di Ratebeer fino a raggiungerne in breve tempo la vetta. I pischelli in cerca della sbronza facile sono rimasti comunque lo zoccolo duro del suo locale e se molti hanno imparato a bere meglio, altrettanti a causa dell’improvvisa sovrabbondanza dell’offerta hanno subito una progressiva ed inesorabile mutazione che li ha trasformati in una sorta di beer geeks alla romana, modaioli e luppolo-dipendenti, annoiati e schizzinosi di fronte ad una ventina di spine diverse in un letale mix di presuntuosità, burineria ed inconsapevole ignoranza. Nonostante attribuisca gran parte della responsabilità di queste perversioni all’amico/nemico Alex Liberati della Brasserie 4:20, scheggia impazzita e guastafeste del variopinto underground romano con le sue iniziative e i suoi gusti “modernisti”, è bene che assuma la consapevolezza del suo peccato originale: quello di essere stato il principale artefice, devianze comprese, della “scena romana” per come la conosciamo oggi e di essere stato l’involontario padre putativo dello stesso Alex.





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